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Mangasoftware

da | Mar 8, 2012 | Storie di vita vissuta

Sono il capo della delivery di una azienda dell’IT, gestisco ogni giorno trenta tecnici on-site e le telefonate isteriche del dispatching; mi occupo di governare una struttura che logga, qualifica, organizza e ripara qualunque apparecchiatura che abbia la dignità di essere chiamata informatica, dagli UPS alle stampanti, passando per quei server che tengono in piedi servizi critici di mezzo paese.

Insomma, sono un nevrotico, stressato e sovraccarico governatore di risorse che lavora sessanta ore alla settimana e nessuno, ma proprio nessuno, neanche mia moglie, capisce quanta fatica faccio ogni giorno.

Stamattina sono sceso dal letto col piede sbagliato, dice mia moglie, per infierire.

Mah, io dico solo che sono certo che sarà una giornataccia e che prima della fine avrò ammazzato qualcuno. Non potete neanche immaginare cosa stia per capitarmi: qualche giorno fa il Capo ha deciso che oggi fosse il giorno migliore per fare il rilascio definitivo del nuovo software del magazzino, proprio oggi che ho organizzato l’inventario del nuovo sito.

Devo smazzarmi tutta questa roba e non ne ho nessuna voglia, lungo la strada per arrivare c’è anche coda e sembra che tutto l’universo ce l’abbia con me.

Arrivo quasi in tempo nel nuovo sito, e i magazzinieri, almeno, sono già lì.

Sì, sono lì, ma stanno già bisticciando. Possibile che non riescano a fare una cosa senza litigare? A guardarli sembrano Stanlio e Ollio, anche se si chiamano Matteo e Michele: uno alto e uno basso, uno magro e uno grasso, uno polemico e l’altro timido – probabilità di integrazione tendente a zero.

Che il cielo mi aiuti. Sono le otto e tre quarti e io ho già dovuto riprenderli una volta, perchè anzichè gestire le parti in ingresso stanno questionando su chi utilizzerà il nuovo software. Ma perchè? Pensano davvero che funzionerà?

Alla spicciolata, in cronico ritardo come sempre (ma possibile che alle otto e mezza non siate già tutti sul posto?) arrivano Dado, Simone e Juan, i miei tre pezzi da novanta. Non sto scherzando, sono i miei tre junior migliori. Bravi, svelti, intelligenti e anche poco rompiballe. Capiscono al volo quello che dici, non hanno bisogno di esortazioni e nemmeno di ulteriori spiegazioni, solo che sono giovani e fanno un gran casino, a parlare di cosa hanno combinato ieri sera con la fidanzata d’occasione nel locale più fico del pianeta.

Dieci minuti, quattro chiacchiere per assegnare i compiti, cinque caffè (ne ho fatto uno in più  e me ne bevo due, tanto ho bisogno di adrenalina) e i miei ragazzi cominciano a inventariare queste quattrocento stampanti che sono ammassate a caso in un angolo del nuovo magazzino.

Il mio telefono suona. Meglio se vado in ufficio, solo che devo aspettare quelli del software, che palle.

Alle nove e mezza,  comoda e svolazzante come una libellula d’estate, arriva lei, col sorriso smagliante di una che sta per fare una sfilata di moda e che non ha la più pallida idea di cosa sia un inventario. Ma perchè l’hanno mandata? A cosa ci serve un PM oggi, che bisogna lavorare?

Si chiama Alice, ma sembra Valentina di Crepax, appena uscita dritta dritta dal fumetto come Kim Basinger da Cool World: dice che ha trentacinque anni ma ne dimostra a stento ventotto, si presenta in magazzino con un vestitino di maglia nera aderente e le decolletè rosse, e soprattutto lascia una scia di profumo di talco e legno che distrarrebbe anche un sasso e ha l’aria svagata di una che cammina portandosi dietro il ritmo di “Tu amor me hace bien”.

Al suo seguito, giusto per complicarmi la giornata, si è portata il genio dei numeri, il capo degli sviluppatori, uno magrissimo e acuto che parla sempre di record e di query con quell’insopportabile tono compassato e competente che mi dà una noia incredibile.

Arrivano, lui si siede sull’unica scrivania che abbiamo a disposizione e comincia a trafficare con la tastiera; lei si arrocca sopra una pila di scatoloni, accende il suo MacBook, mi sorride, mi stringe la mano, non mi chiede niente. Non la rete, non informazioni. La furbetta pensa di poter fare tutto da sola, mi snocciola in dieci secondi il programma della giornata, di cui francamente non ho ascoltato una parola, mi chiede il permesso di strutturare liberamente il baby sitting e poi scompare tra gli scaffali e i pallet. Cammina, svolazza tra le stampanti, guarda, chiede ai ragazzi, va e viene.

I due geni sono qui oggi perchè ieri sera la loro società ha fatto il rilascio ufficiale del nuovo software, lei è qui perchè a fare il babysitting ci hanno mandato “la migliore”; lui è qui per risolvere i bug di codice che con certezza matematica emergeranno ad ogni piè sospinto. Lui legge e scrive e corregge codice; lei raccoglie problemi, segnala errori e propone soluzioni.

Almeno così dicono. Ma io non ho tempo da perdere e me ne devo andare, per forza. Quindi li lascio qui a fare i loro ineluttabili danni.

*Ma se fanno casino stavolta li faccio neri. Eccome se li faccio neri.*

Torno dopo un’ora e se guardo il magazzino non si è mossa neanche una scatola, e questo non è un buon segno. Lui è sempre annegato nel suo monitor e nelle sue righe di Sql, lei sorride, parla al telefono e interagisce fitta con i miei uomini. È impossibile portare avanti l’inventario con un fumetto sexy che si aggira libero tra le stampanti: i ragazzi perdono il conto e ricominciano da capo, almeno così mi pare, intanto che guardo il file di excel su cui stanno registrando le operazioni, mentre lei fornisce una schiera di inutili consigli sulla gestione ottimale delle informazioni e su come si potrebbero adeguatamente sparaflashare i codici a barre anzichè scrivere a mano. Ma che ne sa? Ma perchè mi hanno mandato questa croce?

Vado da Michele, il magazziniere corpulento e disordinato, e gli chiedo come vada. La sua risposta è facile: non funziona niente e sono fermi con la gestione delle chiamate.

Volo dallo sviluppatore, col piglio del killer seriale: “Come sarebbe che siamo fermi?”

“Qualcuno ha sbagliato ad inputare un CAP e ha crashato il sistema, nessun problema, sto sistemando”.

*Io lo strozzo: come ‘nessun problema’? Ma si rende conto di cosa dice??*

Mi saltano i nervi e piombo addosso alla brillante e inutile consulente che mi hanno appioppato stamattina, la signorina fumetto  e massimo dei voti. “Senti, dottoressa, cosa sta succedendo? Il server piantato, il sistema crashato, chi devo asfaltare?”

Lei mi guarda col suo sorriso candido e tranquillo, trangugia un goccio di caffè e commenta “Michele.”

“Prego?”

“Ha inputato un CAP errato, ha ignorato l’errore di sistema e piantato tutto. Gli ho spiegato che non lo deve fare. Poi ho detto a Samuele di correggere il codice in modo che non possa capitare più. La stabilità del sistema non può dipendere dall’inesperienza dell’utente.”

*Ma come parla questa??*

I mie nervi sfrigolano e lei è calmissima. Ma come fa?

Il genio dei numeri guarda il monitor come Nash davanti al vetro pieno di formule, lei si alza e mi dà le spalle, ondeggiando sinuosa al ritmo della salsa che le suona nel cervello, poi si gira e mi guarda “Sta’ tranquillo, ci penso io.”

*Tranquillo??? Ci pensi tu??*

Il software va, poi si pianta, poi va, poi si pianta. I ragazzi discutono su cosa contare come, fanno e disfano l’inventario, mentre io devo andare e venire dall’ufficio e sopporto questo telefono che squilla incessantemente. Domande inutili, problemi che non vanno posti, gente che vuole le ferie in giorni di massimo carico… Il software non sembra funzionare come dovrebbe (ed io lo sapevo), l’inventario va avanti, domani parte il lavoro nuovo e noi non stiamo gestendo neanche quello di oggi, ma come posso fare ad uscire da questo tunnel?

In un momento di ebbrezza, mentre lei sfarfalla in giro tra le mie stampanti, le sfurio in faccia: “Se alle tre non funziona tutto andate tutti a casa e torniamo al vecchio sistema!”

Lei mi guarda, con gli occhietti a mandorla che per un secondo mi illudo si stiano riempiendo di lacrime, poi si inalbera, alza la voce e dichiara “Ehi tu, guarda che so cosa sto facendo. Stai buono, fidati di me e lasciami lavorare. Per le tre tutto sarà pienamente operativo e dovrai anche dirmi grazie.”

Abbasso le orecchie, stordito dal suo tono autoritario e terribilmente femminile. Poi giro i tacchi, noncurante, e me ne vado, incazzato blu.

*Fidarmi di te? Tu sei matta, e, soprattutto, sei donna.*

Alle due torno e, inspiegabilmente, i ragazzi dicono che funziona tutto e lo sviluppatore se ne va.

*Io lo so che adesso qualcosa va storto.*

Eppure tutto sembra filare liscio.

Lei, con la sua aria da signorina Rottermeier, si siede vicino ai magazzinieri e spiega come si usa il software, con una pazienza che non le avrei mai attribuito, risponde al telefono, digita veloce sui tasti, prende appunti, ride e reclina la testa all’indietro e accavalla le gambe. Parla, parla, parla…

Mi richiamano dall’ufficio: è urgente. Questione di mezz’ora, vado e torno.

Alle cinque eccomi in magazzino, coriaceo e indiavolato, e, santi numi… funziona tutto. Inventario finito, parti spedite, personale formato. Stento a crederci.

I tecnici se ne sono andati, un magazziniere anche.

Lei è sempre appollaiata nel suo angolino freddo, come se non si fosse seduta mai, , e scrive, scrive, scrive sulla sua tastiera bianca e sottile.

*Cosa avrà mai da scrivere? Oddio, scrive la relazione di fine giornata e mi toccherà anche farle i complimenti, se non sto attento*.

Alle sei e mezza anche Michele se ne va, con le ultime parti da recapitare al traco per la spedizione, e rimaniamo io e lei, soli, nel magazzino ghiacciato. Non le rivolgo la parola. Schiattasse se le dico un grazie.

Lei si muove dalla sua postazione precaria ma evidentemente funzionale e cammina verso di me. Lunga, dritta, fiera e tranquilla.

Si avvicina e …? Mi inonda di parole. Secondo lei, mi aggiorna su tutto. Sconvolto dalla stanchezza, capisco a stento quello che mi dice. Faccio appena a tempo a dirle che sono d’accordo, che lei ha già schiacciato invia e messo in produzione il software e i tre processi operativi che mi ha appena raccontato in settantacinque secondi.

*Ma come fa?*

Il suo telefono squilla. Da come parla si intuisce che è una telefonata personale e forse fastidiosa. Con classe proverbiale lei silura il suo interlocutore e mi guarda, fisso.

“Senti, qui abbiamo finito. È stata una giornata lunga. Io me ne andrei, tu che fai?”

Non ci credo.

È il mio, di telefono, che suona stavolta, ed è proprio il capo che vuole sapere come è andata e non mi molla più.

Faccio un gesto di diniego senza pensarci troppo.

Lei sorride, come sempre, come se niente la sfiorasse. Digita veloce qualcosa sul suo iPhone, mentre io ascolto il capo che parla, prende il pc, risorride e se ne va, lasciando dietro di sè quel profumo buono e quella scia evanescente di “Lamento Boliviano”.

Mi siedo, guardo il monitor: tutte le chiamate gestite.

Mioddio, che giornata.

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